I giovani iraniani si rivolgono a TikTok: voci di paura e speranza in mezzo al caos

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Scopri come i giovani iraniani usano TikTok per esprimere le loro ansie in mezzo alle crescenti tensioni, rivelando il potere dell'attivismo sui social media.

Explore how young Iranians use TikTok to voice their anxieties amid rising tensions, revealing the power of social media activism.
Scopri come i giovani iraniani usano TikTok per esprimere le loro ansie in mezzo alle crescenti tensioni, rivelando il potere dell'attivismo sui social media.

I giovani iraniani si rivolgono a TikTok: voci di paura e speranza in mezzo al caos

In un mondo in cui la tecnologia si intreccia con le emozioni umane, le voci giovani si stanno alzando in mezzo alle turbolenze globali. Recentemente, i giovani iraniani si sono rivolti a TikTok per esprimere la loro ansia e rabbia mentre le tensioni aumentano in Iran. Un video notevole ha guadagnato popolarità, mostrando una giovane donna in fuga da Teheran mentre esprime la sua angoscia: "Lasciando Teheran non posso più sopportarlo..." Questo sentimento toccante riflette la gravità della situazione all'interno di una nazione al limite, illuminando le questioni a cui la comunità internazionale deve prestare attenzione. Come dettagliato da Notizie della NBC, il proprietario dell'account, noto come @nusey.bah, ha deciso di non commentare fino a dopo aver attraversato il confine, evidenziando i pericoli che affrontano coloro che si trovano all'interno del paese.

Anche un altro influencer di TikTok, Hasti Zendehdel, sta facendo scalpore sulla piattaforma concentrandosi su quella che lei chiama “l’umanità dietro i titoli dei giornali”. Avendo visitato Teheran l’ultima volta nel marzo 2024, il suo desiderio di casa e famiglia risuona profondamente negli spettatori, mentre condivide il suo dolore: “Mi manca tutto”. L’impatto dei social media sul cambiamento della percezione del conflitto e dell’oppressione è profondo, come notato da Emerson T. Brooking del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council. Suggerisce che piattaforme come TikTok possano incoraggiare una visione più compassionevole nei confronti di coloro che vivono sotto regimi oppressivi, promuovendo in definitiva l’empatia rispetto alla violenza.

Il potere dell’attivismo sui social media

Mentre i giovani iraniani esprimono apertamente le loro lotte, tra gli studenti di tutto il mondo sta emergendo una tendenza crescente all’attivismo sui social media. Nelle scuole come la Palo Alto High, Ryan Yeung sta sfruttando TikTok per far luce su casi di giustizia sociale meno conosciuti. Il suo recente video si concentrava su un adolescente eroe della sparatoria alla Parkland School, sulle note di "How to Save a Life" di The Fray. Come evidenziato da Rivista Verde, il movimento Black Lives Matter (BLM) ha catalizzato questa vibrante tendenza, con un recente sondaggio che rivela che il 53,9% degli studenti è attivamente impegnato nell'attivismo sui social media.

Sebbene l’entusiasmo sia palpabile, gli esperti mettono in guardia contro l’attivismo performativo, ovvero azioni che sembrano di sostegno ma mancano di un impegno genuino. Il Blackout Tuesday costituisce un ottimo esempio, in cui gli utenti hanno pubblicato quadrati neri ma in seguito non sono riusciti a impegnarsi in modo significativo con il movimento BLM. L’efficacia dell’attivismo online è sotto esame, e sorgono dubbi sul fatto se porti davvero al cambiamento o semplicemente migliori i profili online individuali.

L’arma a doppio taglio delle piattaforme digitali

Il panorama dell’attivismo sui social media è complesso. Rappresenta un potente strumento per organizzare i movimenti e spingere verso le riforme, ma comporta anche seri rischi. La disinformazione è dilagante, poiché gli utenti possono facilmente condividere contenuti non verificati, creando confusione e diffondendo falsità. Ad esempio, una rappresentazione errata della Palestina su Google Maps evidenzia quanto velocemente la disinformazione possa mettere radici nell’era digitale. Inoltre, il clima politico su queste piattaforme può diventare sempre più polarizzato, portando a dibattiti accesi e persino a discorsi di odio nei confronti di coloro che osano esprimere opinioni dissenzienti. Nonostante queste sfide, molti trovano una soddisfazione inaspettata nel proprio lavoro, soprattutto quando i follower esprimono gratitudine per il loro contributo.

In nessun luogo l’influenza dei social media è stata più evidente che durante le proteste di George Floyd, dove si sono mobilitati circa 25 milioni di americani, indicando un potere incrollabile di cambiamento nella coscienza collettiva. Come esplorato in La conversazione, l’intreccio tra movimenti sociali e piattaforme digitali rivela una dinamica unica, in cui non solo le celebrità, ma gli influencer di tutti i giorni possono innescare cambiamenti sociali significativi.

In definitiva, sia in una Teheran in difficoltà che in una Palo Alto proattiva, i giovani oggi stanno sfruttando il potere dei social media per amplificare le loro voci e sfidare lo status quo. La domanda rimane: questi echi digitali porteranno ad azioni significative nel mondo reale o si ripercuoteranno semplicemente entro i confini di Internet?

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